Tredici nuove tracce pregne di malìa sicula elettrificata.
E' passato un anno esatto dalla pubblicazione del debut-cd 'INCANTU' del 2007 e oggi speculare arriva 'DISINCANTU'. Agghiastru ci conduce ancora per quel deserto arso dal sole e dalla pazzia, dalla mestizia e dalla furbizia tipica siciliana. Immaginate quei territori fantastici del film 'L'Uomo Delle Stelle' di Tornatore, estremizzateli con rovine interioni e intime, ed ecco 'Disincantu'. Carico di poesia e tragedia. Ci si accorge subito che musicalmente questo nuovo lavoro del cantastorie 'nero' è più maturo e libero da schemi. Tutti gli strumenti hanno acquisito una loro potenza espressiva, e vogliono apparire nel tessuto sonoro dell'album senza inibizione alcuna. Ritmi incalzanti, latini, rock, jazz, folk, in bilico tra le atmosfere dei Black Heart Procession, Nick Cave o Tom Waits, ma sempre capaci di essere originali e in qualche modo uniche. ''FUI'' apre le danze col suo incedere cardiaco. Narra di una fuitìna (fuga d'amore concordata sicula ovviamente) dove a fuggire non è tanto la ragazza dal suo rapitore/amante, ma l'amore che ella provava fino a quel momento. ''IDDA'' (lei) è sensuale e ipnotica, procede strisciante e delizia l'ascoltatore con un testo ai limiti del sarcasmo, ma sempre duro nei confronti delle donne "e cucire al tuo cielo le rose e spacciarle per stelle ma moriranno trafitte da spine prima che tu possa trovarle".
Le tematiche sono legate al carattere melodrammatico dell’essere siculo, dove ironia e amarezza raggiungono equilibri inattesi, spesso celati da maschere. Intrigante anche l'artwork del disco con vari cloni di Agghiastru mascherati col suo volto. Umorismo nero in ''CAMPARI'', uno strambo twist dove si mette in evidenza la differenza sostanziale tra il 'vivere' e il più siciliano 'campari'. Un brano è ispirato all’Agnese del film ‘Sedotta e Abbandonata’ di Pietro Germi "FIORI d'ARANCIO e CRISANTEMI". Si parla ancora di 'amore andato a male e della vita finita peggio'. Di spose che, per una ragione o per un’altra, naufragano ancor prima di arrivare all’altare. E' il caso dell'apocalittica "BIANCO VERGINALE" oltre sei minuti. Un vagare desolante tra i merletti dell'abito di una triste sposa. Nel brano c'è lo special guest chitarroso di Cesare Basile, a potenziare il deserto di Agghiastru, e poi Marcello Caudullo con la slide guitar e Luca Recchia. Ospiti eccezionali presenti anche nella più blueseggiante "l'OMBRA", e anche qui il Nostro non rinuncia a prendersela con le 'rose' del suo giardino sfiorito, testo bellissimo. Altra song riuscita è la cavalcante "TINTU" (cattivo) pregevole l'impatto e anche la prova chitarristica arabeggiante, senza utilizzo di pianoforte tra l'altro. Seguono la pianistica “VULIA”, e “TEATRO TETRO”. Nell'album vengono descritti anche personaggi pirandelliani ed eccentrici come Filippo Bentivegna, uno scultore emigrato nell'America degli anni 30 che, ritornato pazzo nella sua isola, inizia a scavare nella terra tunnel chilometrici e a scolpire migliaia di teste nella pietra infuocata dal sole, senza ragione alcuna, il risultato musicale è "'ULA ARSA" una desert song tribale. C'è il cantastorie Saru, detto il mantice, perché col mantice della propria fisarmonica incantava tutte le donne del paese, ma non conosceva il reale sentimento dell'amore "SARU MANTICI". Una canzone è dedicata a Medea "MIA DEA", personaggio inquietante e intrigante, sposa infelice della mitologia greca. Che dire, la seconda prova di Agghiastru
suona bene, molto più roccioso e completo dal punto di vista degli arrangiamenti. Una pecca forse è l'eccessiva apertura verso sonorità per certi versi melodiosi, io preferisco il menestrello più crepuscolare e acido. Ma considerata l'abbondante creatività e produttività del personaggio in questione sono certa che mi farà ricredere su questo mio disappunto.
Il disco è distribuito in Italia da Audioglobe ed edito dalla INCH Productions. Incantu e Disincantu, desert folk d'autore, in cerca di se stesso.
van hausen M.
Agghiastru - Disincantu 2008
Da sempre, ad una cosa buona se ne associa una cattiva , ad una bella una brutta , ad una immaginifica una razionale. Proseguendo fra le più disparate dicotomie, diviene chiaro il perché ad ‘ Incantu ’ non poteva che fare seguito ‘ Disincantu ’. E’ come se l’album precedente in un certo senso presagisse un’inevitabile caduta nel suo esatto opposto.
Questo viaggio verso il basso avviene stavolta attraverso una visione più ‘naturale’, lontano da facili stereotipi cui spesso si ricorre per descrivere meglio le immagini. I ritratti che Agghiastru ritaglia in questo secondo lavoro risentono ancora di un che di grottesco, smussato però da una certa eleganza , riconoscibile sia nelle scelte musicali che nelle liriche. Inoltre anche se particolari cifre stilistiche e inconfondibili citazioni sono individuabili ( dai Calexico ai Black Heart Procession, dalle atmosfere Spaghetti Western ad Astor Piazzola), ci troviamo ben lontano da facili pose artistiche.
L’approccio con i primi pezzi è intenso e prevede un forte trasporto emotivo .
Prima veniamo coinvolti in una corsa a rompicollo senza fiato ,con Fuì ,brano che sa di vento ; e subito dopo veniamo trascinati sensualmente nella lugubre grazia di Idda . Campari stempera argutamente le forti riflessioni alle quali conduce il pezzo precedente , riportandoci sulla giostra ventosa dell’open track.
Disincantu comincia così ad apparirci come una sorta di creatura mitica a più teste ,un’idra : per ogni testa un brano, per ogni brano una verità, racconti di <
>. Ma vale la pena correre il rischio e lasciarsi ingoiare dal mostro, se dietro a tali chimeriche sembianze si celano perle quali Fiori d’arancio e crisantemi, un lento dal gusto anni 60 che ci riporta a malinconiche ‘rotonde’ oramai sommerse e ad atmosfere abilmente riprese da
‘ Sedotta e Abbandonata ‘ di Pietro Germi.
Saru Mantici , simpatica ed irriverente , sembra quasi provenire da un repertorio folk-tradizionale.
Le rocambolesche avventure di un ‘vastasu ’ incosciente chiudono la prima parte del disco lasciando spazio ad un’ atmosfera decisamente più pacata e riflessiva.
I nodi vengono al pettine e Disincantu , il pezzo omonimo dell’album, ci rivela un autentico testamento biografico: il poeta , desideroso di conoscere l’essenza più pura della bellezza e della meraviglia , cede i suoi occhi al buio e le sue orecchie al silenzio in un disincanto di sensi che vogliono asceticamente abbracciare null’altro che se stessi.
Così, scatta la seconda parabola ascendente dell’album che prevede gli azzeccati interventi di Cesare Basile e Marcello Caudullo : ne l’Ombra le comparsate si rintracciano sia nelle sonorità vagamente blues che in particolari stilemi tipici dei due ospiti .
La collaborazione continua in Bianco Verginale. In questo caso si camuffa meglio e diventa più impersonale : un brano a mio avviso stupendo, all’interno del quale lingua italiana e dialetto sono perfettamente equilibrati in una precisa sintesi. Del resto , basta leggere bene i testi di Agghiastru per scoprire assonanze , allitterazioni ma anche termini ricercati provenienti da un dialetto oramai desueto ma estremamente raffinato. Tuttavia, la vera forza di questo artista sta nella capacità di riuscire ancora ad essere visionario, artefice di sogni e di chiari di luna , pur mantenendo un tocco semplice e leggero. Vulìa è l’esempio perfetto di tale formula : un giro di note essenziali accompagnano parole crude, oniriche ed evocative. Minacciosa sopraggiunge Tintu , testimonianza di un ingrediente che nei lavori dell’Oleastro è sempre presente: il tribalismo sanguigno ed oscuro che in questo caso scema nelle quinte cupe e malinconiche di un Teatro Tetro.
Abbassato il sipario, la terza ed ultima parte di Disincantu consiste in una coppia di brani , ‘Ula arsa e Mia Dea ,più pop, lontani dalla consueta carica folk che contraddistingue il modus operandi di Agghiastru . Le chitarre sembrano attingere a quel registro musicale assai usato da certe
rock-pop band e cantautori italiani.
Fa da cornice a questa opera eclettica un artwork forte e perturbante : la copertina scatena un chiaro rapporto dialettico con quella d’ Incantu ; l’ Inlay potrebbe essere interpretato in senso edipico, ma forse è più consono leggerlo come un discorso sull’identità falsata, sul volto e la maschera , concetto espresso chiaramente in alcune foto del booklet .
Tirando le somme, Disincantu è disco pieno di atmosfere ancora capaci di avvicinarsi a chi dall’altra parte ascolta. Sicuramente alcuni elementi ricorrenti nella musica di
Agghiastru potrebbero far pensare ad un lavoro di ‘maniera’ , ma a mio avviso dietro questi tratti caratteristici si rivela un’importante evoluzione e soprattutto la profonda voglia e la necessità di creare.
Armenia M.